Il nettuniano: un essere dalla coscienza larga

Il nettuniano: un essere dalla coscienza larga

CARATTEROLOGIA,  TIPOLOGIA  PSICOLOGICA  E  NETTUNO

Katarina ALI by Catherine La Rose (11)

 

Prima di procedere, è bene fare una premessa, parafrasando un brano tratto da Tipi psicologici di C. G. Jung: «[…] non vi può essere una descrizione nettuniana esauriente, che corrisponda a più di un individuo, nonostante essa possa servire a caratterizzare ottimamente migliaia di persone.

La conformità nell’uomo è solo uno dei suoi aspetti; l’altro è rappresentato dalla sua unicità qualitativa. Il tipo nettuniano non può essere spiegato mercé una classificazione. Comunque sia, la comprensione del “nettuniano” dischiude una via per meglio intendere la psicologia di questo potente simbolo…[1]»

L’ampiezza del campo della coscienza ha attratto l’interesse di psicologi e caratterologi, che hanno ritenuto di operare una differenziazione tra soggetti la cui attenzione si focalizza su un oggetto o concetto alla volta e quelli che la lasciano spaziare liberamente. René Le Senne distingue pertanto la coscienza stretta dalla coscienza larga.[2] Nel soggetto a coscienza larga “la mente non è per nulla bloccata, gironzola. Non ci sono rappresentazioni dominanti, l’attenzione si allenta e si espande nella molteplicità sfumata delle rappresentazioni che tutte insieme si presentano al suo sguardo.[3]” L’astrologo André Barbault non esita a definire il nettuniano un essere dalla coscienza larga.

 

Se prendiamo invece in esame i tipi psicologici di C. G. Jung, è istintivo associare l’astro alla funzione[4] intuizione, in particolare all’intuizione introversa. “L’intuizione è quella funzione psicologica che trasmette le percezioni per via inconscia. … Nell’intuizione un contenuto qualunque si presenta come un qualche cosa di compiuto senza che a tutta prima noi siamo in grado di indicare o di scoprire in quale maniera questo contenuto si sia realizzato. … Colui che orienta il suo atteggiamento generale secondo il principio della intuizione, dunque secondo percezioni che gli vengono per la via dell’inconscio, appartiene al tipo intuitivo.[5]” È del tutto evidente lo stretto collegamento tra intuizione e inconscio, con quest’ultimo che, come abbiamo visto, è decisamente caratteristico del simbolismo nettuniano.

Si può inoltre cogliere una certa assonanza tra la coscienza larga di Le Senne con la funzione intuizione di Jung nelle parole di Marie-Louise von Franz:

«L’intuizione, per poter funzionare, per ricevere dall’inconscio qualche suggerimento, deve guardare le cose da lontano o in modo vago; deve socchiudere gli occhi e non analizzare i fatti troppo da vicino. Se una persona esamina le cose con troppa precisione, finisce col focalizzarsi sui fatti, e allora il suggerimento non riesce a passare. Ecco perché l’intuizione tende a essere vaga e imprecisa.[6]»

Del medesimo avviso due valenti junghiani, Ivan Paterlini e Daniele Ribola:

«Una delle caratteristiche dell’intuizione è che, per poter funzionare correttamente, ha bisogno di una certa “non lucidità”, o focalizzazione. Infatti la focalizzazione, la discriminazione precisa, impedisce, o perlomeno ostacola e inibisce, quella serie di collegamenti fra i contenuti non contigui caratteristica delle intuizioni. Il pensiero distingue, mentre l’intuizione collega.[7]»

Ai nostri fini, è ora importante sottolineare la corrispondenza tra talune caratteristiche attribuite a soggetti nettuniani, da tempo consolidate e pacifiche nella letteratura astrologica, e le deduzioni di Jung e von Franz riguardo il tipo intuitivo introverso. Il Maestro svizzero infatti scrive: “l’intuizione introversa, attraverso la percezione di processi interiori, fornisce dati che possono essere di straordinaria importanza per la comprensione degli accadimenti universali. Essa può persino prevedere in forma più o meno chiara le nuove possibilità, come pure ciò che si realizzerà effettivamente in avvenire. … Il carattere particolare dell’intuizione introversa crea pure un tipo particolare di uomo: da un lato il mistico sognatore e veggente e dall’altro l’uomo fantasioso e l’artista.[8]

Von Franz riprende e sviluppa il concetto come segue:

«Il tipo intuitivo introverso è dotato della stessa capacità di fiutare il futuro dell’intuitivo estroverso. Anch’esso sa esprimere le giuste congetture o i giusti suggerimenti circa le possibilità future di una situazione. La sua intuizione, però è rivolta verso l’interno, e perciò esso è soprattutto il tipo del profeta religioso o del veggente. A livello primitivo, è lo sciamano che sa quello che vogliono gli spiriti, gli dèi e gli antenati e che trasmette alla tribù i loro messaggi. In termini psicologici, diremmo che conosce i lenti processi che avvengono nell’inconscio collettivo, i cambiamenti archetipici e li comunica alla società.[9]»

A quale tipo apparteneva C. G. Jung? Egli stesso si definì un introverso, senza tuttavia specificare la funzione di appartenenza.[10] Una prima e probabile risposta al quesito è data dall’americano Angelo Spoto che afferma: “Quindi, sotto il profilo tipologico, siamo portati a formulare l’ipotesi provvisoria, e tuttavia fondata, che Jung sia un intuitivo introverso (funzione superiore) assistito dalla funzione ausiliaria di pensiero estroverso.[11]

Nell’autobiografia, Jung riporta un episodio che sembra confermare l’ipotesi formulata da Spoto.

«In ottobre [1913], mentre ero in viaggio da solo, fui all’improvviso colpito da una sorprendente visione: una spaventosa alluvione dilagava su tutti i territori, da nord a sud, posti tra il Mare del Nord e le Alpi. Quando raggiungeva la Svizzera, vedevo le montagne innalzarsi il più possibile, come per proteggere il nostro paese. Mi resi conto che si avvicinava una terribile catastrofe: vedevo i violenti flutti giallastri, le fluttuanti macerie delle opere della civiltà, gli innumerevoli morti, e infine il mare divenuto di sangue. Questa visione durò circa un’ora: ne ero sconvolto e nauseato, e provavo vergogna della mia debolezza. Passarono due settimane e la visione si ripresentò, con gli stessi particolari, solo la trasformazione in sangue era ancor più spaventosa. Una voce interna mi disse: “Guarda bene, è tutto vero, sarà proprio così: non c’è motivo di dubitarne.[12]”»

Sappiamo che dopo alcuni mesi sarebbe scoppiata la terribile I guerra mondiale.

 

Brano tratto da “I mille volti di Nettuno” di Enzo Barillà

 

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Note:

[1] Lo spunto per azzardare questa parafrasi proviene dalla lettura di Tipologia e cinema di Ivan Paterlini e Daniele Ribola (vedi più avanti).

[2] René Le Senne, Traité de Caractérologie, Presses universitaires de France, Paris, 1948, p. 104 e segg.

[3] Idem, p. 107.

[4] In questa sede non è possibile trattare il concetto di funzione secondo il Maestro svizzero. Mi limito quindi a richiamare la definizione datane dallo stesso Jung: “Considerata dal punto di vista energetico, la funzione è una forma di manifestazione della libido.” (Tipi psicologici, Opere, Vol. VI, Boringhieri, Torino, 1969, p. 445).

[5] Carl Gustav Jung, Tipi psicologici, Opere, Vol. VI, Boringhieri, Torino, 1969, p. 466, 467, 468.

[6] Marie-Louise von Franz, Tipologia psicologica, Tea, Milano, 1996, p. 59.

[7] Ivan Paterlini e Daniele Ribola, Tipologia e cinema, Persiani, Bologna, 2015, p. 90.

[8] Tipi psicologici, cit., p. 406.

[9] Op. cit., p. 62.

[10] C. G. Jung speaking, Princeton Unversity Press, Princeton, New Jersey, 1977, p. 256 (trad. it.: Jung parla, Adelphi, Milano, 1999).

[11] Angelo Spoto, Jung’s typology in perspective, Sigo Press, Boston, Massachusetts, 1989, p. 53.

[12] Ricordi, sogni, riflessioni di C. G. Jung, cit, p. 217.

 

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Immagini: Quadro di Katarina Ali “Intuizione”

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