La mia vigilia di Natale in India

La mia vigilia di Natale in India

922916_10153835663718781_3047842744590576646_n

La prima settimana.

Finisce poi che ti abitui, non lo pensavi inizialmente ma accade.

Oscilli anche tu insieme all’autista nel piccolo tuk tuk giallo che ti trasporta tra buche nell’asfalto, strade sterrate, mucche e caprette – oscilli e ti senti cullata dalle musiche che echeggiano continuamente da più direzioni; canti sacri, litanie, mantra, musiche indiane ritmate con strumenti con suoni sordi e forti, scavati nel bambù, tamburi incalzanti e vorticosi, gorgheggi.

Ormai non ne puoi fare a meno, poco prima dell’alba e fino al sorgere del sole tra il dormiveglia del finire della notte, ti danno il buon giorno, al tramonto e al calare del sole ti conducono verso l’ora del sonno.
Ho iniziato ad alzarmi molto presto anch’io, sentendo su di me il ritmo naturale della luce e del ciclo regolare delle cose. Quando sono in città, mi ci vogliono delle gru per alzarmi la mattina e prima di una cert’ora sarebbe impossibile addormentarmi. Qui si è rimesso tutto nel giusto ordine: durante il giorno brucio così tante energie sia fisiche che mentali, che la sera crollo presto come neanche da bambina mi accadeva, come impellente e meravigliosa necessità fisica.

All’imbrunire già verso le cinque e mezza, s’intonano canti fino a buio completo e non so nemmeno da che direzione esatta provengano, perché ci sono templi grandi e piccoli ovunque disseminati in città e fuori in campagna, nelle strade libere tra palmeti e risaie.
Mi lascio permeare dalla loro musica nell’orario che più preferisco della giornata, il crepuscolo.
La prima volta che ho sentito tutto questo, che oserei anche chiamare come frastuon,o ero a Pondicherry ed era il 24 dicembre. Anche se lontanissima come ricordo di un mondo lontano, era la vigilia di Natale. Ricordo che si era fatta notte in modo molto rapido quando ancora non me lo aspettavo; non erano neanche le sei di sera e poco prima il sole mi aveva accecato e riscaldato per tutta la giornata, di colpo era venuto buio nero con un contrasto enorme con la confusione che ancora regnava per la città.

Erano ancora i giorni in cui atterrata da nemmeno 48 ore o poco più, non sapevo bene dove mi trovassi e soprattutto perché, le emozioni si alternavano in modo intermittente e fuori controllo e il fatto che fosse quasi Natale mi portava a sentirmi in certi momenti in preda a uno sconforto e una nostalgia di casa esorbitanti con le lacrime che mi uscivano a ogni piccolo strattone.
In Mission street, una delle vie che tagliano il quartiere indiano, c’è sempre un frastuono incredibile, il solito ingorgo tra bici, risciò, trombette e claxon, motorini, passanti, mucche, luci di negozi, bancarelle, insegne, gente ovunque in strada, ed è lì che sento per la prima volta questi suoni molto lontanamente paragonabili alle nostre cornamuse, e vedo nel bel mezzo della via, schiacciato da più direzioni di auto, pullman e persone, un tempio. Completamente adornato di lucine colorate accese, tutta la gente si accalca lì di fronte, stanno preparando la cerimonia della Puja.

Lì, proprio in mezzo alla strada congestionata dal traffico,  un traffico che quello di Napoli in confronto è la Svizzera, si scorge un baldacchino con fiori e statue di divinità indiane.

Incenso ovunque. Musica forte. Ghirlande di fiori. Loro. I bramini con i loro mala al collo – il rosario fatto di semi sandalo, tulsi, a seconda della loro corrente di appartenenza – il petto nudo, e un solo doti come capo, arancione o bianco, comunemente per noi il classico pareo.
Li ho seguiti dentro al tempio. Ho pensato che quello era il mio regalo per la Vigilia di Natale.

Ho tolto le scarpe e come tutti gli altri, scalza, ho varcato l’ingresso.

 

12400806_10153835664108781_8428534589075616857_n

Mangiare tutto con gli occhi, i sensi e le pelle, con un’ingordigia mai vista, respirare i fumi, i canti, la confusione che mi passa sopra. Osservo i suonatori dentro il tempio, sono per terra che muovono forti ritmi battenti, i bramini che cospargono di ceneri colorate le fronti benedicendo a uno ad uno le persone presenti, i vari movimenti rituali davanti a statuette di Ganesh, Shiva o Vishnu e altre dee come Parvati e Durga, di cui vedo templetti più piccoli. Percorro percorsi che si diramano all’interno dello stesso tempio e prendono altre vie ancora, gli occhi delle persone, i canti e la meraviglia. Sono l’unica occidentale.

Mi perdo nel buio e nella musica, dimentico la città fuori e sono totalmente in quel luogo, a piedi nudi sulle mattonelle ancora calde di sole della giornata. M’incanto a guardare i volti degli anziani. Le donne hanno abiti che sanno di cielo e luce di altri secoli.

20151224_183500

Esco in strada che so di incensi e con la fronte piena di segni fatti con le loro polveri rosse, grigie e arancioni. A ognuna corrisponde una benedizione in hindi che mi sono presa dal bramino che cantava mantra e muoveva sacri fumi colorati.
Posso ritenermi felice e rido da sola perché mi sembra di essere in un film quando invece è tutto vero.

Esco dal tempio  e quasi mi dimentico di rimettere le scarpe lasciate fuori, insieme a tutte le altre. Fuori la città di nuovo urla e spande odori di cibo e fogne, e penso, ma se in questo fluire eccessivo e roboante di miliardi di persone che vivono una sull’altra, può esserci spazio per un tempio e una cerimonia rituale in cui ognuno di loro entra scalzo e silenzioso e percorre il suo rito quotidiano con gli occhi neri e vivi di chi sta cercando una risposta profonda, come posso pensare che dentro di me non ci sia sufficiente spazio per tenere insieme tutte le mie parti frammentate, che ancora vagano inquiete e spaventate?

Tutto può regnare insieme e accanto se lo si vuole, anche gli opposti più inconciliabili, me lo hanno appena mostrato.
Anzi, forse proprio perché qui in India c’è una situazione in cui è così difficile trovare il proprio spazio vitale, far vivere la propria identità, che  quest’ultima viene inevitabilmente ridimensionata. Inoltre, sovrappopolazione, povertà estrema di cui solo gli appartenenti a certe caste agiate da tante generazioni, possono vivere economicamente in modo più semplice e decoroso, mentre per tutti gli altri la vita è una conquista, ecco, è proprio qui che la vita spirituale prende la via.
O perlomeno dove – e lo sperimenterò nei giorni successivi –  si ha davvero bisogno di raccogliersi e fare spazio.
Dentro.
Perché fuori spesso proprio non c’è.

 

Anna Elisa 

 

20151225_114243
Foto originali copyright Anna Elisa Albanese

1Comment

Post A Comment

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.