LA CASA XII: ESILIO O LIBERTà?

LA CASA XII: ESILIO O LIBERTà?

‘NON TI DISUNIRE… ‘ CIT. P. SORRENTINO

Se la nostra società si colloca simbolicamente in Casa VI – settore di uniformità, regole e appartenenza – e la diversità/libertà si colloca in Casa XII – è proprio vero che ora ci troviamo di fronte i due Asse opposti nella loro scissione totale. Quello che sta accadendo in modo abbastanza chiaro ormai, è la netta separazione che si sta creand tra normalità e anormalità – chi non si adegua a certe regole imposte viene inevitabilmente spinto ai confini – in esilio in Casa XII. Non mi sono esposta del tutto fino ad ora, ma forse in questi ultimi giorni siamo giunti davvero ai limiti di ciò che è accettabile in un mondo libero; mi limito a offrirvi dei ragionamenti astrologici sul significato delle due Case – VI e XII – scritte magistralmente da Lidia Fassio, che mai come ora, potranno essere davvero comprensibili a chi è in cammino verso la luce della coscienza. Possiamo vivere su più piani l’appartenenza a un sistema/società e il rifiuto di quest’ultimo, ma in mezzo ci sono tante sfumature e necessità d’integrazione dei due poli che non sono opposti, ma complementari e necessitano del reciproco nutrimento anche se adesso, stanno facendo di tutto per renderli inconciliabili.

Buona lettura


(….) Se è vero che la regola vale per tutti gli assi, è imprescindibile nel caso della sesta e della dodicesima, in relazione talmente stretta da essere reciprocamente dipendenti. Per comprendere la connessione tra le case di un asse, è bene tentare di non valutarle non come due ambiti antitetici, bensì provando a collegarle in modo circolare, come se il prolungamento di ognuna sfociasse nell’altra. Spingendo agli estremi la simbologia di ogni settore astrologico sconfineremo inevitabilmente nel territorio opposto.Proviamo a pensarci: la casa sesta simboleggia l’ordine, mentre la dodicesima è la confusione; la prima è una casa fisica, naturale, e presiede all’adattamento alla vita terrena; la seconda è invece metafisica, sovrannaturale, e riguarda l’aderenza alle nostre radici celesti. Di primo acchito saremmo portati a considerarle in netta contrapposizione tra loro, addirittura inconciliabili. Del resto la sesta casa vuole il mondo diviso in compartimenti stagni e persegue una sistematica scomposizione della realtà nei suoi elementi fondamentali, in modo da ordinarla secondo uno schema gerarchico, cosa impensabile per la dodicesima. Ma cosa accade quando spezzettiamo le cose e ne analizziamo ogni dettaglio sempre più minuziosamente? Perdiamo la visione di insieme e sprofondiamo nella confusione. Possiamo fare una semplice prova quando leggiamo: vi è mai capitato di soffermarvi a indagare il reale significato di ogni vocabolo, le sue radici etimologiche, la sua funzione grammaticale all’interno di una frase o, addirittura, l’origine delle singole lettere da cui è composta? Mano mano che ci soffermiamo sui particolari e li scolleghiamo dal senso generale della frase, è come se le parole, a forza di caricarsi di significati specifici, perdessero di senso. A questo punto la lettura cessa di essere un processo spontaneo e diventa impossibile seguire il filo, perché la mente precipita nel caos, trovandosi immediatamente catapultata nell’ambito della casa dodicesima. Una mente verginea troppo pedissequa, del resto, può inseguire l’ordine al punto tale da sconfinare nella follia.

È vero che, fino a un certo punto, è possibile vivere la sesta casa ignorando la dodicesima; possiamo adattarci alla routine, seguire la tabella di marcia e preoccuparci soltanto di ciò che è essenziale alla sopravvivenza biologica. È invece assolutamente impossibile vivere la dodicesima senza il supporto della sesta. Passando in rassegna i temi del settore, scopriamo che abbiamo sempre bisogno dei pianeti della casa opposta per poterli esprimere in modo sano. Nessuna intuizione spirituale può accedere alla coscienza senza essere decodificata da Mercurio; nessun artista può creare valide opere d’arte se non sviluppa competenze tecniche con perizia (Mercurio), disciplina (Saturno) e costanza nel tempo (Y-Chronos); se l’arte è spirito reso tangibile, del resto, come potrebbe incarnarsi se non attraverso Saturno?

In realtà, chi ha davvero compreso la dodicesima casa, la vive attimo per attimo rendendo sacro ogni suo gesto. In questo senso è vero che siamo in un ambito di sacrificio, in senso etimologico di “sacro fare”. Possiamo viverla quando, uscendo dal lavoro, ci troviamo davanti a un meraviglioso tramonto e ci fermiamo per un istante, facciamo silenzio e ne accogliamo tutta la bellezza, lasciandoci commuovere, facendoci coppa per contenerne tutta la meraviglia e, al tempo stesso, schiudendo il cuore e lasciando che il nostro amore si riverberi verso lo splendore che l’ha suscitato. Possiamo vivere la dodicesima casa quando ci troviamo a fronteggiare una situazione che ci disgusta, ci avvilisce o ci fa indignare, e decidiamo di non reagire con il rifiuto, bensì cum-prendendola in noi, accettandola come parte della nostra anima e divinizzandola. Anche in questo senso si può parlare di sacrum facere: sacrifichiamo il piccolo Io, con il suo orgoglio, le idiosincrasie e le barriere della personalità, per trasformarci in qualcosa di più ampio: una coscienza universale. Certo questa casa non è solo sublime bellezza; è vero che può imporre prove e rallentamenti.

Ci viene chiesto a quanto di noi sappiamo rinunciare in nome dell’espansione della coscienza. Siamo disposti ad aprire l’anima per lasciar emergere parti del nostro essere che non conoscevamo? Quanto spazio vuoto siamo disposti a lasciare in noi per accogliere le vite degli altri, le loro mille diversità? Quante gratificazioni momentanee riusciamo ad abbandonare per risvegliarci alla nostra natura divina? 

La dodicesima, invece, è la casa in cui siamo tenuti a donare i nostri frutti; nessuno può sbocciare solo per se stesso. Ma cosa accade se, a causa di condizionamenti esterni e deviazioni narcisistiche, la quercia si mette in testa di produrre fichi o nocciole? La frattura che si crea è lancinante e incolmabile, e allora sopraggiungono le malattie e quegli avvenimenti che ci confinano nell’isolamento forzato di cui parla la tradizione perché, come lo stesso Hillman disse, «ciò che serve, l’anima lo usa. Sono strabilianti, anzi, la saggezza e il senso pratico che essa dimostra nell’utilizzare accidenti e disgrazie». Tutto pur di ricondurci al nostro progetto originale.

Tutto è dentro di noi. Siamo cristalli colpiti dal sole, che rifrangono intorno a sé bagliori di luce rossa, gialla, azzurra, violetta, e così via. La luce solare è lo Spirito, l’Ātman, il Sé superiore scaturito direttamente dalla sorgente – possiamo chiamarla Dio, l’Uno o in qualsiasi altro modo. I bagliori che ci circondano sono le persone e le situazioni che incontriamo nella vita: sono all’esterno, ma provengono tutte dal centro di noi. La domanda che a questo punto sorge spontanea è: allora siamo soli al mondo? Tutti quelli che conosciamo non sono che proiezioni illusorie? Questo non è del tutto vero. Le persone che ci circondano sono altrettanti cristalli e come noi riflettono, nel loro modo unico e personale, la luce, scomposta in mille raggi colorati. Sono questi i raggi a incontrarsi e a interagire tra loro, non le nostre vere essenze – ovvero i cristalli. Il dramma della solitudine essenziale umana è proprio questo: ciò che possiamo toccare degli altri sono soltanto i riflessi, non il diamante che li produce; del resto, se pure due diamanti potessero toccarsi, cosa farebbero se non cozzare l’uno contro l’altro e scalfirsi, compromettendo così la propria capacità di rifrangere la luce? In dodicesima casa impariamo questo; dobbiamo proteggere il nostro cristallo e volgere lo sguardo non verso le ombre luminose che proiettiamo, ma verso quel punto interno in cui la luce – il Logos – si incontra col nostro nucleo accoglitivo – l’anima – sprigionando da sé un caleidoscopio di colori.

È che è lì che troviamo la vera unione con il resto del mondo; il cristallo è solo il supporto materiale che ci consente di elaborare la luce in modo personale. Questa condizione è vissuta meglio o peggio a seconda di come siamo identificati. Chi è segnato da valori nettuniani, pescini o di dodicesima casa, tende a identificarsi esclusivamente con l’incorporeità della luce. Il Pesci involuto si identifica con i bagliori variopinti che proietta all’esterno, il Pesci evoluto si identifica nel raggio solare che lo colpisce dall’alto, ma in entrambi i casi si tende a dimenticare che il cristallo ha bisogno di essere preservato e lucidato, per compiere la sua funzione. Fuor di metafora, il corpo ha bisogno di cure e manutenzioni, deve essere regolarmente pulito, allenato e ben nutrito. Il nettuniano rifiuta di accettare di essere anche il suo corpo perché sa che ciò equivarrebbe ad ammettere a se stesso la condizione di solitudine che deriva dall’essere confinato entro un guscio solido. È invece l’opposta Vergine (cosignificante Casa VI), a identificarsi con la consistenza dura del cristallo, e la similitudine è pressoché perfetta: come un diamante, la Vergine ha bisogno di essere lustra, purissima, priva di qualsiasi inclusione e impurità; per riflettere nitidamente la luce vuole essere solida, incorruttibile, raffinata e levigata secondo delle geometrie perfette. La sua pecca sta nella tendenza a dimenticare il valore della luce che riflette, che spesso reputa troppo astratta e inconsistente, e che è invece l’unico vero scopo per cui ci è stato offerto in dotazione un cristallo che possa rifrangerla.

Estratto da “La Dodicesima Casa – dall’inarticolato all’unità” di Lidia Fassio, Eridano School – Scuola di Astrologia Umanistica

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