Diario ad X, Il diario dell’assenza –

Diario ad X, Il diario dell’assenza –

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Diario ad X –

Epistolario mai recapitato dopo la fine di un mio lungo amore. La scrittura mi ha traghettato lungo le distanze e infine un poco ha sanato la ferita.

Il mio Nettuno dominante, tramite il sogno e la fantasia, ha salvato l’amore, nonostante l’assenza. Anzi, l’amore esistito proprio nell’assenza.

Qui alcuni estratti di quel diario durato più di sei mesi:

 

 

 

15 maggio ’08

 

 

Stasera c’era un gran vento. Mi piaceva sentirlo addosso mentre ero a bere un aperitivo all’Arco della Pace. Così tanto tempo che non andavo lì; l’ultima volta forse era ancora inverno e mi ero rintanata dentro in un locale per il freddo, con la stanchezza addosso della giornata in rai, avevo riso con le amiche mangiando patatine e altre porcherie sul bancone ma con te sempre dentro che mi facevi compagnia, così senza pensarci troppo ti avevo telefonato.

Poco dopo ero già a casa tua , nel tuo letto , con il tuo profumo, io con il viso appoggiato al tuo petto e l’agitazione nella pancia, nel cuore , nelle viscere. Iniziavamo così ,  perché poi il mio volto così teneramente appoggiato alla tua pancia era troppo vicino al tuo sesso così che io potessi sentire i cambiamenti fisici visibili anche in te.

Un rito? Senza dirlo a nessuno si consumava il nostro rito.

Diventavo tua in pochi minuti, ridendo, sottraendomi e rimanendo, guardando un film o fingendo di guardarlo, che importanza hanno i passaggi alla fine? La conclusione era solo che mi mischiavo in te e tu in me.

Stasera ero lì nel vento. Libera. Sono libera ora. Come da un incantesimo, come da chissà che. Spero sempre mi passi, invece ci sono ore della giornata, come al calar della sera che mi giunge ancora il tuo profumo.

Guardavo la luna, mezza luna ancora piccola lì che pareva non esser scossa dal vento.

Come muta la luna e come sa mutare senza trasformarsi mai. Senza perdere la sua essenza. Vorrei imparare da lei.

Stamattina sono stata felice, si che parola grande, eppure è stato così per attimi; sono uscita di casa con la mia chiavetta del pc, giorni che raccoglievo, smistavo , sceglievo, ed infine ecco, in quella chiavetta le mie poesie, non tutte, di questi dieci anni. Le ho messe lì, e sono entrata in una copisteria, erano le dieci del mattino con la luce chiara del giorno che inizia, ed ecco che sono diventate carne e materia, si sono trasformate. Sono la carne di me stessa ora, e da sempre, ma oggi le ho volute toccare e farmi questo regalo. Non so che ne farò e perché, ma ora sono carta colorata rossa , rosa e verde, le vedo , e vedo i miei sentimenti.

 

Ho avuto bisogno di vederli fuori, per non tenerli sempre dentro, spingevano troppo e credo che lo sono riuscita a fare perché tu non ci sei. Ho voluto dare valore al mio esistere e cantare un inno al mio amare, proprio ora che vacillo, ora che mi sto staccando con fatica dal mio percepire sempre te e mai me. Ma ora sono costretta a farlo , non posso più rifugiarmi nel desiderio di te, devo guardarmi.

Sento che sei lontano ora, ormai è tanti giorni che non ti vedo più collegato al pc, e non so se è perché sei via, o perché anche tu mi hai bloccato il contatto di Messenger, ma tendo a credere che tu sia via. Sia tornato ad essere del mondo e per la prima volta questa cosa non mi fa’paura come ti ho già detto , anzi, mi sprona così tanto che non lo immagini. Forse perché sento il bene quello più grande che nasce da dentro, il bene senza il possesso. Certo riesco ancora poco, a sprazzi, e se ti dovessi vedere adesso sarei fragile, ti desidererei e mi ci vorrà tempo perché non accada più, se mai potrà accadere.

Stanotte voglio il vento .

Stanotte voglio che la luna, anche se piccola arrivi fino a te.

 

25 maggio 08

 

 

C’è ancora quel senso di vertigine a volte prima di una serata in cui vengono amici a casa mia. Come nella serata del mio compleanno e come ora . Poco prima che arrivino le persone mi preparo, piccoli riti, mi guardo allo specchio mi scruto e mi cerco e stasera mi trovo anche bella, ma quell’immagine non riflette il mio sentire e lo sbandamento, l’oscillazione seppur piccola di un attimo forse, in cui il citofono sta per suonare ed arriverà allegria dentro la mia casa, arriveranno sorrisi e gesti ed io sarò nel mio nido con accanto persone a cui voglio bene e che mi fanno stare bene, ma tu non suonerai il mio citofono.

Non aspetterò con il cuore in gola quel suono divino e vedendoti apparire sulla porta non ti verrò incontro offrendoti un bicchiere di vino, pregustando i tuoi occhi, assaggiando la tua presenza discreta ma vigile. Non saremo complici nella nostra serata con le persone intorno. No, non accadrà . così mentre mi guardo allo specchio anche stasera  quel nodo non può non stringermi la gola e la mia immagine è lì, il rossetto sulla bocca, i capelli che scendono belli, perché sono così belli nonostante tutto? Ed io , piccola, mi vedo così piccola adesso che niente e nessuno potrebbe farmi sentire grande.

Una piccola bambina nella sua festa con i suoi giochi e colori ma con gli occhi velati di ombre che nessuno scorgerà mai .

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04 giugno ’08

 

 

…e la guardai, la guardai, e seppi con chiarezza, come so di dover morire, che l’amavo più di qualunque cosa avessi sperato in un altro mondo. Di lei restava soltanto il fievole odor di viole, l’eco di foglia morta della ninfetta sulla quale mi ero rotolato un tempo con grida così forti.. (…) E non importa se quei suoi occhi si fossero sbiaditi come quelli di un pesce miope e il suo adorabile giovane delta vellutato si fosse corrotto e lacerato… anche così sarei impazzito di tenerezza alla sola vista del tuo caro viso esangue, al suono della tua giovane voce rauca, Lolita mia.”

Leggo Nabokov nel silenzio. Basta musica in certe domeniche tutto tace intorno ed io rimango ancorata nel mio silenzio che non comprende nessun altro essere umano. Lolita mi strega e respinge, conosco tutto di quel mondo, come se lo avessi vissuto respirato. La sua morbosità mi fa’ male e rimango inchiodata lì, proprio perché temo ciò che non voglio sapere lo leggo quasi tutto d’un fiato come fosse la mia vita.

Mi spavento , sono io  Lolita?

Sono anche Humbert ossessionato da Lolita.

Capisco perfettamente ed assorbo nella mia pelle ogni passaggio del suo amore malato, ma cosa c’è di malato nella felicità e nell’inferno che lui sente? Lolita gli gira intorno, gli siede in braccio, si aprono squarci così meravigliosi in quei piccoli movimenti d’aria circoscritti solo dal suo sorriso e dalla sua inconsapevolezza. Sono Humbert  nel suo sguardo quando sei nella mia sala , divento Lolita e sono anche lui allo stesso tempo quando ti siedo in braccio e ti tocco i pantaloni e ritorno a stadi primordiali e incomprensibili che sono il movimento della mia gonna sulle tue gambe, frasi stupide mentre i corpi seguono un altro sentiero, continuamente ossessivamente. Si potranno mai cambiare le cose? Rimarrò come Humbert malata di te, come lui in eterno?

Ho sempre sentito quando ti rivedevo nei nostri incontri e separazioni quello che lui descrive, un amore che va oltre i tuoi contorni fisici, il tuo sfiorire , il tuo essere in quel corpo, il corpo di Lolita  è conosciuto in ogni minimo dettaglio, è il suo tesoro, il suo tempio, ma è anche quello che passa in ultimo piano rispetto all’amore, quel sentimento di totale impotenza e resa di fronte all’essenza stessa di lei. Quello è l’amore. Humbert sa dal primo momento di non essere ricambiato, eppure cade nella trappola infernale , cade e ci rimane fino alla fine , vittima di un desiderio troppo grande , o di un  paradiso assaggiato e poi subito perso.

Il trucco forse sta nel dimenticarsi subito di quel paradiso intravisto, ma come si fa’, come si fa’ io dico, a tornare all’incolore terra, quando si è cavalcato nel sentiero degli angeli?

Io non so perché mi è capitato, non avevo chiesto paradisi, e nemmeno di trovarmi in quel territorio così caldo ovattato ossessivo e morboso del nostro desiderio . non credo ne capitino molti di deliri di questo tipo nella vita , di corpi che insieme abbiano questa chimica esplosiva, e forse per questo non siamo destinati a stare insieme nel tempo con serenità. Quale parola assurda infatti, come si fa’ a stare in serenità con questo desiderio che non si placa e che infine si odia?

Come è stato infatti. Ogni nostra separazione è mio un tentativo di guarigione verso un amore più sano e ragionevole. Ma può un amore esser sano e ragionevole?

Certo che no . Forse la distanza ora mi farà dimenticare della dolcezza che non si può descrivere a parole delle mie anche ossute vicino alle tue mani, dei miei piedi magri maliziosi sul tappeto, del gioco sinuoso del tuo respiro nel rimandare il desiderio e sostare nell’attesa, dei nostri occhi complici dondolanti nell’ombra attenti a non crescere mai.

Lolita forse sei tu o forse sono io, siamo entrambi nel nostro filo sdrucito e ingarbugliato, ma non sapremmo ora fare altrimenti.

Non vorremo fare altrimenti.

 

 

 

7 giugno ’08

 

Cena dagli zii. Rimango muta al mio posto, la mia freddezza ha sempre dato molto fastidio in famiglia, poche parole, sguardo misurato, bambina timida e docile, forse indifesa e poco temprata per la vita vera. Questi sono i pensieri che mi vengono riservati in questi ritrovi famigliari densi di compromesso e gelo, tanto gelo. Forse il mio è davvero poco confrontato al loro di secoli e secoli di apparenza.

C’era anche mio padre e sua moglie più la figlia della moglie e suo marito. Li guardo, bè se uno fosse un poco poco intuitivo noterebbe la mia smorfia di disprezzo nei loro confronti. C’è si vede ed è tangibile. La figlia è vestita in modo così orribile che non può che venirmi quell’espressione, è l’assenza di gusto e di grazia tutta insieme portata però con la supponenza di una regina. Sarà perché è cantante lirica, come la madre, seduta rigida di fronte a me con una sciarpa verde e la collana di giada appena presa in Cina. Eh già, perché tutta questa cena è stata fatta per sentire i racconti della Cina da cui mio padre e lei sono appena tornati, ma la conclusione è che della Cina si è parlato pochissimo, perché mio zio si è erso, come sempre d’altronde a re incontrastato, ed ha parlato di politica tutta la sera.

Regressioni infantili, immagini sfuocate, quando sono lì credo di attuare una specie di sdoppiamento di personalità. Metto in funzione il pilota automatico, che mangia , sorride, ascolta, e tiene un comportamento civile, mentre la mia anima all’interno vola via. Se la realtà è questa perché ci devo stare?

Se devo vedere questa congrega che da anni cercare argomenti per resistere due ore ad una cena tanto vale rimanere sola. Sola.

Come ora.

Come tante altre volte. Sono io allora, è colpa mia , come dicono sempre loro puntandomi il dito, è colpa mia se non trovo nessuno se voglio vivere la mia vita così senza nulla di prefissato e nemmeno una relazione stabile. Comincio davvero a credere sia così, e ad averne meno paura.

Mio padre forse sbuffa in silenzio, la moglie lo rimprovera senza farsi vedere, penso che passino troppo tempo insieme e che dev’essere terribile passare così tanto tempo insieme a qualcuno, distruggerebbe chiunque. Ma il matrimonio è questo? Perché esiste allora?

Dove finisce il mio sogno irreale e dove inizia la realtà?

Dove dovrei vivere io, in una comunità hippies? No probabilmente mi isolerei anche lì. C’è uno spazio mio di autonomia, di silenzio e pace che devo per forza trovare, perché l’invasione è sempre in agguato. Vengo criticata in modo implicito costantemente quando sono lì, ed anche quando non sono lì e non lo posso sentire. Vengo criticata con una smorfia o una semplice alzata di sopracciglia, con un interrompermi se per caso mi viene in mente di parlare, o peggio ancora se la mia voce tenta di uscire, si perde nella tavola e cade come un sasso nell’acqua con un tonfo sordo. C’è come qualcosa nei loro canali uditivi che seleziona la mia voce e non la fa’ passare. Più volte ho tentato di dire delle cose, ma non venivano proprio udite, indipendentemente dal mio tono basso o alto, perché ho anche provato ad alzarlo , ma la loro corrente di pensiero è così tanto spostata dalla mia che avviene l’effetto buco nero.

Cioè il nulla.

Le parole rotolano nell’aria tanto che io mi chiedo se mai le ho dette e a quel punto qualcuno di loro gli passa sopra introducendo un altro qualsiasi argomento come mai ci fossero state.

A volte devo toccarmi per sentirmi viva, perché il mio corpo è lì ma lo specchio non mi restituisce nessuna immagine.

Questa sera mentre aprivo il loro cancello ho guardato il portone verde, proprio accanto, lì c’è la casa di tua madre. Allora ho pensato alla vigilia di natale, quella è stata l’unica cena in cui il mio corpo era presente a se stesso in maniera totale, mentre mangiavo pensavo a te che eri a pochi metri di distanza alla tua cena. In borsa avevo il piccolo regalo da darti come un tesoro segreto . Loro non lo sapevano. Loro non sanno mai nulla del mio mondo. Loro non potevano e non potranno mai entrare nei miei segreti. Sapevo che ti avrei visto poco dopo e non so dire ora cosa sentissi, come una bambina con il compagno di giochi imprigionato da un’alta parte delle pareti con gli adulti, ma pronti entrambi a scappare via, nel nostro mondo , lontano da loro. Forse tu non volevi fuggire da nessuna parte e la tua cena è stata bella e dolce, anzi è stato proprio così perché me l’hai detto dopo ed eri anche sereno ma io nella mia fantasia l’ho voluto credere.

Per sentirmi complice, per sentirmi meno sola .

Per innalzarti a mio condottiero, principe e amore.

Solo ricordarlo mi fa’ contrarre lo stomaco, sicuramente l’ho goduto quel momento, questo nostro Natale.

Il Natale in cui sapevo che tu c’eri.

Avevo uno scudo d’oro che mi proteggeva dalle loro sopracciglia alzate e i loro sguardi perplessi, dal pensiero di mia madre esclusa a casa come tutti i Natali, e della moglie di mio padre agghindata con una orrenda maglietta con le paiette luccicanti, e del sorriso di mio padre tra il malinconico e il felice. Ma io si invece che avevo il sorriso felice, era il mio Natale e ti amavo. Cosa potevo volere di più?

Già allora nel mio cuore sapevo non sarebbe durata tanto tra noi, pessimismo leopardiano, me la sono tirata, chissà , ma lo sapevo , non chiedermi perché, ma lo sapevamo tutti e due e ci godevamo quell’incanto e quel miracolo senza confessare la paura che sotto invece bolliva. Quel panico da annebbiare nei miei gesti nevrotici e nella voce veloce. Forse avremmo dovuto dircelo. Forse avrei dovuto , ma cosa sarebbe cambiato? Avevo paura di sciupare tutto con l’intrusione della realtà. Volevo il sogno, e il sogno ce lo siamo dati. Atterrare però è stato violento adesso. E’ stata la punizione perché abbiamo sfidato le leggi dei comuni mortali che vivono la loro vita essendo più umili. Io non lo sono stata , sapevo che il futuro ci avrebbe sbranato, ci avrebbe fatto fuori come carne fragile , ma non lo potevo accettare .

Il futuro ora è arrivato. ce l’ho qui davanti che mi parla ogni sera e mi dice, eccoti, ora sei qui, cosa vuoi fare della tua vita? Cosa vuoi fare da grande? Cosa vuoi fare?

Mi piacerebbe ora essere tua amica e dirti tutte queste cose ed essere sincera di fronte alla vita, e riuscire a crescerla con te, ma non ne sono in grado. O forse ho solo troppa paura di crederci, e questa paura la leggeresti nel mio sguardo ogni giorno alla minima ombra di errore.

Lo sbaglio forse è la ricerca di questa perfezione e bellezza che non dura. Non dura mai in eterno e la sua decomposizione non la so vivere.

Ti sbranerei ancora con il desiderio potente che mi invade il corpo, ti vorrei con tutta la l’arroganza dell’assoluto. Allora rimango ferma, mi tengo tutto questo per me sola, aspetto di guarire, o forse di cambiare e desiderare cose più terrene e imperfette. Guarirò?

Smetterò di amarti?

Smetterò di volere amori che sanno di zucchero e panna e notti intense come le nostre?

 

 

23 giugno’ 08

 

 

La ferita che scendeva lungo tutta la tua schiena. Non te l’avevo mai vista e pensavo fosse di certo molto antica, era una cicatrice che aveva l’aria di essere lì da secoli e facesse ormai parte della tua pelle. Te ne andavi con la tua bella schiena, poi indossavi la camicia bianca e avevi tanti bagagli e scatoloni a seguito, ti trasferivi definitivamente in America , State Island , chissà per quale motivo, era un saluto davvero definitivo. I nostri sguardi fuori dal vetro della casa, appoggiavo la mia testa alla tua spalle e guardavamo lontano, ma sapevamo che non saremmo stati più così vicini.

Questo sogno così nitido di un abbandono da me giustificato dal tuo trasferimento in un altro luogo del mondo, e non dal tuo rifiuto anche se non ti trasferissi mai, mi ha fatto vedere quella cicatrice sulla schiena.

Casa antica quella dell’ambientazione,casa dei miei tredici anni, un altro abbandono , quello di mia madre verso mio padre. La cicatrice è forse quella del tradimento alle spalle subito da mio padre. Tradimento che ho fatto anch’io essendo stata resa complice da mia madre nel suo segreto.

Oggi sono così spenta e poco presente che mi spavento. Il sogno rintocca.

Sole fuori , chiusa in casa, tornata alla mia mansarda.

E’ stato così bello il mare ieri, altra fuga, altro bellissimo muovermi tra le persone e gli amici e sentirmi bene. Ultimamente come sorpresa e incanto sento frangenti di benessere e libertà , prima o poi smetterò anche di scriverti e forse sarò pronta per lasciarti andare, ma ancora no, non voglio fidarmi delle prime rondini. Sono sempre io, non è cambiato granchè , solo le diverse ore del giorno che mutano ritmi, i miei spazi e la mia autonomia che lenta si espande, la coscienza di me , l’appropriarmi del mio spirito prima sperso ; però mi manchi sempre, e sei lì poco più spostato dal cuore, ma sei ancora la ferita più grande , lo smacco più doloroso, il taglio più sanguinante e il paradiso più desiderato.

Solo ora nel sole mi muovo un poco al di fuori di me e mi faccio forte di non aspettarti, ed è questo forse a rendermi felice a tratti, perché godo delle piccole cose, antiche amicizie che si svelano, posti e luoghi da cui mi lascio portare, silenzi e musica, e tutto con un altro sapore, quello del presente fine a se stesso, perché dopo, che ci sarà dopo? Non attendo niente, e nello stesso tempo sono viva a tutto proprio perché non attendo niente. E’ questo il grande segreto, dopo la mancanza e lo struggimento, dopo la rabbia e il desiderio, rimane solo quello che ho di fronte adesso. La realtà concreta. Non ci sono sogni. Non ci sono attese.

Rimane il sapore delle mattine di sole e gli occhi vivi dei miei colori , le gonne in seta indaco e rosa, le unghie smaltate, le vedo io, mi beo di vedermi bella, mi beo solo io perchè tu non puoi vedermi, e provo ad essere felice di questo almeno, e mi capita senza fare apposta di esserlo. Entro nell’acqua del mare e mi lascio invitare dalle correnti rimanendo però a cullare la pietra preziosa che è il mio sentire, instabile, inaffidabile, qualche lacrima su note, pelle d’oca su emozioni incondivisibili. Nessuno può entrare nel mio scrigno adesso, nessuno ci  è ancora entrato e non so quando e se succederà. Per ora scaldo me stessa ed ho paura di farcela , poi però sogno la notte la tua schiena  bellissima e sei sempre tu, la mia malattia, il mio tormento.

Tu che non mi vuoi.

Tu che non mi ami più e chissà se un poco l’hai mai fatto.

 

 

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29 luglio 08                                                                                      Ischia

 

 

 

Sono tra le stelle. Ci sono le palme aperte intorno a me e soffi di vento caldo e profumato nelle gonne. C’è tutto quello che potrei volere. Un luogo fuori dal mondo con persone che mi lasciano in pace con dolcezza, i suoni capricciosi d’estate , le calde cicale. Eppure è proprio qui tra l’acqua di mare e i miei costumi colorati, tra il mio gusto sottile e sempre più sofisticato nel vestire, tra le mie sopracciglia inarcate ed i capelli raccolti a chignon, tra l’aria un po’sospesa e aristocratica che mi si dipinge addosso e il mio ventre piatto esposto al mondo con sottile superbia, ecco è proprio qui che tu ti sapresti posare. Sapresti prendere in giro e adorare senza che io mai del tutto mi accorga, quella mia finta distanza, quella vetta che io pongo da sormontare, quel mio divertito balzo felino lo sapresti agguantare per farlo poi urlare nell’ombra del nostro incontro, nell’oscurità del nostro scontro di pelle, nella mia resa totale così attesa e disattesa da sempre, incondizionato amore, amore debordante, faresti vacillare la mia nobile alterigia , perché è proprio quella che ami attaccare, mordere, sopraffare, ed io musa docile, selvatica preda, io si che ti lascerei crollare sul mio corpo e solo così e in quel modo, ed in quel momento, istante, attimo, avrei davvero il mio minuscolo ritaglio di pace.

La mia estate di  adesso varrebbe poco in cambio di quella sinfonia universale che la mia anima adesso , peregrina e mai ferma, mai colmata né sazia, fa’ di tutto per scordare.

 

 

11 agosto ’08                                                                        Milano

 

Forse quando mi fermerò da tutto questo fuggire mi accorgerò che non sarà cambiato nulla. Inizierà lento l’autunno, la terza stagione senza di te, la primavera e l’estate mi hanno scorta e spogliata, tu no . Sarà così anche l’autunno e chissà se sarà più difficile ai primi freddi non potermi riparare nelle tue inquietudini. Ora la mia pelle abbronzata. La tua pelle abbronzata, vedo le tue belle spalle. Sempre nemici in questa stagione. Tu a pensarmi in isole selvagge del Sud circondata da uomini selvaggi, io ad immaginarti nella tua Portofino tra fanciulle della Milano bene e turiste straniere delle più belle. Avrei voluto essere almeno un giorno una di queste fanciulle con cappello bianco a cinguettare su un lungo mare di sorrisi invece di scappare ancora. Eternamente fuggire. Da cosa poi se nessuno mi sta inseguendo.

Trovarmi straniera a me stessa e agli altri in posti di una bellezza che abbaglia ma ingigantisce la mia solitaria grazia, la mia estatica sospensione, la mia inferma insoddisfazione, continua, un giorno sono nuvola, un giorno piombo. Alterno dentro i pesi della mia incostanza umorale alla costanza del mio sentimento. Come una statua intoccabile sono poggiata su un trespolo molto alto, vedo le vallate e le minuscole persone , ascolto le loro risa, le assecondo a volte, poi tutto passa e torno marmo intonso, eternamente gelido.

 

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12 agosto ’08                                                                     Sardegna, Cagliari

 

 

Non so perché ti scrivo. Non lo so più a volte, ma forse mi sono affezionata a questa abitudine. Parlo a te e parlo a me alla fine, chissà se avresti mai ascoltato queste cose, chissà se io mai te le avrei sapute raccontare, o invece avrei sgranato i miei occhi sui tuoi, ridendo dentro e fuori per coprire tempeste ingestibili. Solo così invece ho riacquisito la calma, solo lasciando spegnere il fuoco, solo tenendomi al riparo da tutto, solo dimenticando o tentando di dimenticare . Qui mare leggero e chiaro. Sorrisi, altri che non sono il tuo. Chiacchierate fino a mattina, risvegli pigri e con me Lana, che mi ricorda te, con il suo corpo bello accanto, che ti  sarebbe piaciuto insieme al mio, solo vederci spogliate sfilare davanti ai tuoi occhi accesi. Ma inutile parlare, inutile ripetere cose che ora perdono il loro significato, che ora naufragano negli odori di questa terra che avevo dimenticato,  nella luce smagliante dell’estate piena che alla fine è giunta e a cui ho dovuto arrendermi per forza di cose. Malinconie in certi notti, in altre euforia di essere dimenticata dal mondo. Vorrei innamorarmi quando sono così, avvertire l’incanto anche per un secondo solo. Naufragare. Invece strani casi della vita, non c’è nulla al mio orizzonte, nulla che possa anche minimamente offuscarti. Solo ultimamente amo di più lasciarmi rapire dal presente, arresa,  divertita, beffarda, maliziosa, imprendibile, ninfa come tu mi conosci ma senza posarmi mai nella calda terra, senza pace, senza sosta, senza viscere più ,solo aria tenue, mischiata a mirto e finocchietto selvatico.

 

 

1 settembre ’08                                                                                      Milano

 

 

La casa mi avvolge e protegge. Mi sento raccolta da ciò che ho, che sono, che faccio.

Non lo so spiegare, ma per la prima volta avverto i confini della mia persona rispetto ai miei valori, gusti, al fare ciò che mi piace o non mi piace.

Ci ho messo tanto ad imparare a farlo, a non mischiare me nel tumulto di altre identità, mischiare la mia volontà che sembra così labile in desideri altrui che non erano i miei.

Mi ci è voluto tanto silenzio.

E poi ho ricominciato da capo, senza paura del vuoto.

Mi sono osservata come se non fossi io, me sballottata e mai in equilibrio (ma non è forse esser morti essere ‘in equilibrio ’?) in luoghi altri e tra persone nuove, e così ho avuto tempo di guardare. Me lo sono preso tutto questo tempo. Solo questo ho fatto in questo periodo sospeso senza amore. Non ho cercato di placare il mio vuoto nei rapporti, ho solo guardato il mondo fuori di me senza fare nient’altro. Ho guardato le parole della gente che non si posano mai, i modi di amarsi degli altri, le loro sofferenze, i sorrisi, i gesti, quello che mangiano o bevono, a che ora vanno a letto, e a che ora si alzano la mattina a chi pensano e chi ricordano, cosa desiderano davvero e a cosa hanno per sempre rinunciato.

Ho guardato tutto questo e coltivato il mio sogno, scriverne.

Ci sono persone forse destinate a rimanere in quell’angolo non tanto illuminato che però gode della vista migliore, e delle vibrazioni  impercettibili che bastano per poter creare. Ho imparato a soffermarmi.

L’ho sempre fatto in fondo, ma senza mai accorgermi e mischiando poi sempre tutto, il mio sentire con quello degli altri, con le paure di perdere tutto, o di non essere amata, non  mi percepivo mai per intero, per questo cercavo emozioni che mi scuotessero da capo a piedi e mi facessero sentire viva.  Invece mi sono soffermata su tutto ciò che è piccolo e apparentemente insignificante, solo questo  ho potuto fare per spezzare la catena .

E poi voglio studiare. Fare davvero qualcosa per me sola ed avvicinarmi concretamente a ciò che amo fare.

Ricordi quando quest’inverno ti dicevo che volevo lavorare nelle comunità, o dei senza tetto, o negli ospedali psichiatrici, ascoltare le loro storie, scriverle, farle vivere, o solo stare in ascolto? Mica scherzavo. Cercavo solo in me , nei miei giorni raccchiusi, di trovare la strada. Non chiedermi perché. Ne ho così tanti di motivi, ma sarebbero razionali, e non mi va di parlare di quelli.

Un giorno avevo letto che un figlio che non ha mai potuto vedere sua madre felice è diventato psichiatra, per provare a rendere almeno un po’ felici gli altri esseri umani. Forse è  la stessa cosa, anche se in un discorso più ampio. Dico solo che la sofferenza, mia, di altri, del mondo, dell’anima e del corpo, è un luogo che conosco e che non temo più così tanto. Quest’estate ad Ischia una donna sui cinquantanni, mentre mi guardava col suo viso segnato in modo bellissimo dal tempo che scorre, mi ha raccontato quello  che fa. Eravamo in auto una mattina chiara, e fuori dal finestrino c’era così tanta estate che brillava da non riuscire a coglierla per intero e lei mi ha detto, ‘Io accompagno i malati di tumore alla morte, faccio questo, è la mia vita, il mio lavoro, sono io ’. C’era luce gialla di sole fuori dal vetro e la parola morte  nell’auto, e in me, in me lo stesso insolubile contrasto.

Non importa poi cosa mi abbia raccontato la donna sulla morte, come passaggio, come saper abbandonare le cose, le persone, come perdonare, come sentire, perché io già piangevo, e ho pianto in silenzio con la stessa naturalezza del ridere, non perché fossi commossa da quello che diceva, ma perché vedevo nei suoi occhi chiari e splendenti tutta la sofferenza personale di vita trasformata per forza di cose forse, in sofferenza universale. Lei era solo il tramite ora, il canale aperto tra queste persone e il loro dolore, perché il suo ego piccolo, contava poco rispetto a tutto il resto intorno, rispetto a tutto quello che c’è intorno a noi di più grave, così poco contano le nostre piccole motivazioni personali.

Per questo piangevo, perché ho visto in lei la donna che voglio diventare, le mie poesie, i miei scritti, la mia pelle d’oca rispetto a note e momenti, memoria viva, ferite scoperte, il sentire sempre tutto e troppo con cui lotto da sempre per nascondere, il mio viso imperturbabile, le pieghe e smorfie tirate del mio sorriso finto per tutelarmi, le ombre  nere che tocco le notti, ma anche le felicità e le sensazioni più belle per piccole cose, uno scorrere di alberi e foglie caduche, come noi essere umani tutti.

Vorrei solo non incolparmi più di tutto questo mio sentire , ma restituirlo a chi dentro non rintocca più, a chi ha dimenticato i sapori, perché solo ora scopro, che è questo fino ad ora che mi ha portato ad essere quello che sono, ad emozionarmi ancora, bambina perché non lo sono mai stata, finalmente gioco di tutto e piango di tutto continuamente come avessi sei anni, perché in quei sei anni antichi me lo sono vietato così duramente da essermelo poi dimenticato.

 

Sai cosa ho amato in te più di tutto? Non è stato il tuo fascino scuro, o la tua bellezza di volto scolpito, o le emozioni forti di cui vivevamo, nemmeno la tua sensualità così potente e piena, nè il tuo sfuggirmi come hai sempre creduto, e neanche la tua intelligenza sopraffina che ha  saputo stupirmi e colpirmi , no, una è cosa molto più piccola in verità, che poco mostri, e che poco il mondo che conosci superficialmente vede in te: è’ il tuo commuoverti.

La tua sensibilità incredibile, corazzata dietro il tuo grande corpo da adulto, si nasconde lì, e viene fuori negli amati occhi velati che guardano un cartone animato di Walt Disney o in una puntata di Scrubs,o nelle note d’opera lirica o mentre leggi una mia poesia.

Quel tremore ho amato.

Quell’oceano che sapevi aprire e sentire. E’ solo questo che mi ha fatto rimanere così a lungo e amarti. Il tuo cuore. Non mi interessano le altre difese e tutto il resto della tua persona che ti ha permesso di arrivare fino a qui, quello è il tuo nocciolo più bello e puro. Lì ci sono i tuoi sogni, lì c’è l’ideale puro dell’amore che cercherai, lì c’è tutto di te quando ti permetterai di ascoltare quella voce, e non la coprirai con la distruzione nera del cristallo che possiedi e a cui non credi mai.

Ma non importa, io so che c’è. L’ho visto, e questo mi basta. Sarai sempre un eroe buono nella mia memoria, anche se hai fatto tutto il possibile per mostrarmi il peggio di te, e a quel peggio ti sei affezionato così tanto a volte da crederti così tutto, per intero.

Questo è un addio adesso, mi batte forte il cuore come quando ho iniziato a scriverti soli tre mesi fa, soffro come stessi lasciandoti davvero adesso, quando invece è accaduto un bel po’ di tempo fa’ e con questo diario ho solo rimandato, ma ora è venuto il tempo, e lo devo fare. E’ stato bello condividere ancora dei momenti insieme, è come se fossi sempre stato con me, ma ora devo andare avanti, e pensare a me nel futuro, un futuro che alla fine è arrivato , ed è ora ; dopo tanta attesa e sospensione ho scelto la donna che voglio essere da grande

Ciao luce chiara, brilla nelle tue note e fai uscire il tuo cuore fragile perché anche il mondo lo possa vedere e amare.

Io cercherò di non avere più paura ,e  se l’avrò guarderò la nostra amica luna che lassù dov’è, mi potrà dire che va tutto bene. Va tutto bene cucciolo smarrito.

Va tutto bene cucciola smarrita.

La luna ci guarderà e ci terrà uniti nonostante.

Raccoglierà lei i nostri granelli di fiducia scomparsi nel buio e lì terrà con sé .

Per sempre.

Per sempre.

 

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Anna Elisa Albanese

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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