23 dicembre, Pondicherry. Perdersi e ritrovarsi.

23 dicembre, Pondicherry. Perdersi e ritrovarsi.

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Secondo giorno. 23 dicembre 2015.

Cammino per la prima volta nelle strade che ho solo intravisto nella notte precedente nel mio arrivo. Pensavo di aver capito qualcosa, se pur di molto vago, sul luogo, ma mi sbagliavo. La luce e il calore mi toccano da tutte le parti, pochissime ore di sonno mi tirano nei muscoli contratti, l’effetto del jet leg che mi butta addosso tutta quella luce quando per me è forse ancora notte piena. Mi sento scoperta ed esposta in ogni centimetro di me anche se indosso vestiti che mi coprono le braccia e le gambe, eppure sono vulnerabile e scoperchiata come una conchiglia riversa tra le onde.

Stiamo percorrendo strade in cui non si vede nemmeno l’ombra di un occidentale, né tanto meno sono vie segnate dalla cartina che ci sforziamo di decifrare. Cerco di ricordare il percorso fatto nella notte con il motorino, ma tanto è inutile, siamo proprio oltre il confine della zona francese e qui si inerpicano un’infinità di viottoli fatti solo di capanne di paglia, baracche in lamiera e case diroccate. Gli indiani non sembrano tanto far caso a noi, solo sul mio viso si leggono contratture tra lo stupore e il terrore e senza la mia base sicura di una mappa territoriale, mi sembra di poter essere rapita o spazzata via in un secondo dimenticata per sempre tra i rifiuti e gli odori delle fogna da cui sono circondata.

Le antiche paure abbandoniche sepolte in una zona remota del mio cervello, iniziano a farsi sentire come un martelletto impazzito, non c’è ragione che tenga, questo salto nel vuoto e le sue emozioni sono immense come quando a cinque anni non vedevo mia madre all’uscita dall’asilo. Tutto quello che pensavo di aver ormai imparato nella mia vita da adulta, viene spazzato via in un secondo da due baracche in ordine sparso, la mia borsa messa a tracolla con tutto dentro, nome, passaporto, soldi, cose senza significato a cui mi attacco con le mani sudate, ma è ben poca cosa e mi rimangono solo gli occhi sgranati per guardare –  la pelle e il naso per sentire. Qualcosa di fisico e denso che non si può raccontare con le parole –  e il cuore per sintonizzarmi su una sola parola che mi risuona fisicamente in tutta la sua grandezza: fiducia: parola di cui solo ora capisco il vero significato.

Fiducia nel senso di una forza più grande di me, che arriva da dentro da qualche parte che nemmeno pensavo di possedere e mi dice di stare tranquilla –  forse non sono sola quaggiù – forse non mi succederà nulla, qualcuno mi sta proteggendo. Lo sento forte nel petto. Non è Dio, non è fede, è semplicemente, che so di essere protetta e mentre cammino, lo sento in ogni passo sul terreno.

Due anni fa leggevo il romanzo ‘Shantaram‘ .. Ora ci sono dentro. Sperduta .. spaventata .. estasiata. Forse se accetto la possibilità di perdermi tra queste strade e rifiutare ogni pretesa di equilibrio o di controllo, posso trovare la quiete. Per ora il flusso è potente, la diversità e varietà umana è spiazzante, così grande che devo aprire le braccia e il cuore per accogliere tutto senza cadere.

Forse è vero che in India, anche se non sei credente o non hai il minimo senso spirituale, prima o poi lo avverti in tutta te stessa in qualche momento, anche un istante solo. Se non ti chiudi in vacanze organizzate o in alberghi e resort di lusso in cui ci sono per la maggior parte occidentali, ma ti permetti di trovarti solo tu e l’India, lo puoi ritrovare negli occhi scuri delle donne sedute a terra davanti alle loro capanne, nelle mucche che adesso mi paiono anche aumentate dal giorno prima, nei bambini che ridono e anche se sono a giocare terra nella sporcizia e indossano colori che sono tutti quelli dell’arcobaleno e poi lo puoi sentire come presenza dentro al centro del tuo sterno.

La fragilità diventa finalmente l’unica strada possibile per condurmi al centro: al centro di me stessa.

Mi accorgo che tutte le seghe mentali fatte fino ad ora nella mia vita quando sono al caldo di casa mia, con tutte le comodità sotto mano, sono state tempo perso.

Faccio un enorme respiro incamerando tutta l’aria che posso trattenere dentro il mio petto, quale sicurezza ora se non quella di essere viva e sentirlo davvero con grandissimo amore?

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Stiamo girando intorno allo stesso quadrilatero senza venirne a capo e perdendo ogni volta tempo e forze, i trenatacinque gradi di caldo tropicale con umidità oltre i parametri, rallentano ogni mia capacità di reagire in maniera attiva, e forse è meglio così. Come una barca, mi faccio spostare dalle onde e riduco al minimo gli sforzi, tanto ogni informazione chiesta veniamo spinte da qualche altra parte che non ci fa giungere alla meta.

Ma qual è poi la meta?

Questa sorta di iniziazione alla perdita di controllo, mi catapulta nel tempo circolare e infinito del presente, senza orologio né fretta e soprattutto, mi fa sentire che i piccoli miracoli accadono solo perdendosi: giungiamo nel posto più inaspettato che la mia mente in preda allo sconforto potesse concepire: l’immensità dell’oceano mosso dal vento e una piccola chiesa cattolica dipinta di azzurro.
Una piccola chiesa si staglia tra polvere e palme, macerie e cocco, entro dalla piccola porticina anch’essa azzurra e dentro un indiano sorridente sta facendo il presepio.

Tra meno di due giorni è Natale.

20151224_113008Siamo finiti nella zona cattolica indiana, ci sono addobbi e stelle natalizie davanti ad alcune capanne, i colori mi stordiscono e accarezzano nella mia mattinata in cui non so più nemmeno più che giorno sia e da quanto tempo stiamo ormai camminando con quel caldo addosso e gli strappi del cuore.

Poco più avanti sulla spiaggia dei pescatori sgrovigliano le reti.

Un immenso cavallo di legno turchino. Anziani seduti su piccoli gradini delle porte.

Davanti ad altre case sui marciapiedi bambini e donne sono chinate per terra a dipingere con polveri colorate dei grandi mandala, ne scorgo uno poi un altro e un altro ancora, sento il mio viso bagnato e mi accorgo che sto piangendo. La bellezza mi stordisce senza che io possa opporre più resistenza.

Abbiamo ritrovato la strada, riconosciamo cosiddetta via principale, quella che conduce al quartiere francese. I suoni dei claxon mi fanno risvegliare da quel torpore in cui ero calata, complice anche la fame che inizia a farsi sentire in maniera prepotente. Lasciamo indietro quel piccolo frammento di Pondicherry e ci avviamo verso due missioni fondamentali, una trovare un luogo sicuro dove mangiare, e due, raggiungere l’Ashram di Sri Aurobindo e Mère.

 

Anna Elisa 

 

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Foto originali copyright Anna Elisa Albanese

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