Memorie di me, Milano, la bici e l’amore

24 nov Memorie di me, Milano, la bici e l’amore

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Il sentiero di Anna

Memorie: gli anni universitari a Milano

 

A Milano oltre il solito motorino che permetteva la mia libertà di movimento, amavo sfrecciare in bici. La strada più breve per arrivare dall’Accademia di Brera, all’Università Statale in via Festa Del Perdono, era passare in contromano per tutta la piccola e stretta via Brera, poi costeggiare il lato destro del Teatro alla Scala, superare Piazza Scala a lato sinistro e raggiungere piazzetta S. Fedele, attraversare in mezzo a tutte le persone la zona di centro pedonale di Piazza Duomo, vederlo e onorarlo così bianco e immutato nei secoli nel suo lato posteriore e oltrepassarlo in quella luce che si apriva limpida emozionandomi ogni volta e infine attraversare via Larga fino ad intravedere da lontano i primi studenti a piedi e le bancarelle colorate davanti all’entrata dell’Università. Posteggiavo la mia bici da uomo, orgogliosa della canna posizionata in mezzo, che mi consentiva solo una posizione inarcata anche tutto sommato faticosa, ma che mi dava l’idea di essere a cavallo, e poi sorridente e radiosa di luce entravo nell’atrio.

Gli anni dei miei studi li ho vissuti tutti tra Brera e i chiostri di lettere e filosofia; le lezioni dell’Accademia erano quasi tutte di mattina, io amavo invece avere la libertà in mano di starmene fuori per tutta la giornata, così raggiungevo là le mie amiche, e poi avevo anche un altro motivo per arrivare lì così radiosa. Giovanni. Il bancarellista sulla sua vespa azzurra.
Giovanni era diafano e magro come un essere angelico (io chiaramente lo guardavo con questi occhi), gli si vedevamo solo i grandi occhi e la dolcezza del suo sorriso quasi pronto a dissolversi, vendeva oggetti in argilla che faceva lui e borse e cinture in cuoio, fatte a mano. Mi era piaciuto subito per quella sua aria evanescente che contrastava con i suoi pantaloni in pelle marrone invecchiati che me lo facevano trovare sensuale e dolce allo stesso tempo. Il fatto che lui vivesse in un modo alternativo rispetto ai canoni normali, incarnava perfettamente il mio desiderio recondito di zingaraggio, fuga, vita circense, e qualsiasi altro tipo di estremismo che in quegli anni mi calzava così bene e di cui ero alla sfrenata ricerca. Ci dicevamo poche parole ogni volta, non era un tipo per niente loquace, c’erano grandi sguardi e silenzi. Gli avevo commissionato una borsa in pelle che mi faceva su misura, e come la tela di Penelope avevo la scusa per tornare a trovarlo ogni volta e vedere a che punto era. Per io resto momenti ovattati di attese e sorrisi in via Festa del Perdono  – che il nome della via dell’università che amavo era già suggestivo di per sé – e niente altro. L’amore platonico era un lusso che mi concedevo nelle mie giornate di studentessa per poi riempire quaderni interi di poesie e stare ancora al riparo dalla vita vera.

Verso Natale un giorno Giovanni aveva addirittura lasciato incustodito il suo banchetto e aveva insistito per offrirmi qualcosa al bar. L’avevo vissuto come un gesto di grande interesse nei miei confronti. C’erano le lucine degli addobbi natalizi e avevo le guance rosse per il freddo e la sua presenza, siamo stati a bere questo lunghissimo caffè in cui lui era riuscito a chiedermi se dopo le vacanze di Natale, sarei uscita con lui. Mi ricordo il mio stato di ebbrezza, anche quando la sera stessa ero andata al Leoncavallo, che era il centro sociale in quegli anni abbastanza in voga e non mi ero più staccata da lui che era lì alla sua bancarella. Eravamo stati insieme a vendere i suoi oggettini, le borse, a bere, a ridere, ed io tornando a casa mi ero addormentata ancora con il suo volto davanti.
Le vacanze di Natale ci separarono, l’università era chiusa, e quello fu il Capodanno in cui incontrai Lino ….. accadde senza preavviso: Lino era un ragazzo poco più grande di me, non mi permise di stare nella mia nuvole platonica, fu tutto molto rapido e fermo, deciso e sicuro tipico del suo segno e ascendente, il Capricorno – già ai tempi calcolavo i Temi Natali – non completi e molto rudimentali e ricordo bene la sua Venere in Acquario, che in effetti mi lasciò in seguito poi tanta libertà, ma anche tanto spazio vuoto da riempire. Lino viveva a Torino e prese il via una relazione duratura, che mi permetteva una distanza sicura e il coltivare la mia passione per i treni e il pendolarismo amoroso. La sua essenza era calma, affidabile e a tratti per me quasi fredda e controllata, così nei miei 20 anni appena compiuti, presi la decisione prettamente razionale e ponderata di “fidanzarmi” con lui e per i tre anni successivi, pur non amandolo mai del tutto, stemmo insieme. Avrebbe dovuto durare meno, ma io non riuscii per molto tempo a lasciarlo senza sentirmi di fatto molto colpevole. Entrai in quel ruolo stabile di “fidanzatina perfetta”, solo perché sentivo che così “si doveva fare”, ero pronta a fare l’adulta, ma ovviamente pronta non lo fui mai e alla fine lo feci soffrire il triplo, lasciandolo anni dopo da una cabina del telefono del Lido di Venezia in una delle mie fughe folli alla ricerca di chissà che.

Lino in quel gennaio, di quando ci eravamo appena conosciuti, venne a trovarmi a Milano, e io mi feci rapire dalla sua sicurezza nel voler stare con me, e aprii la porta alla sua meravigliosa insistenza e mi parve di uscire un po’ dal mio mondo solitario e planare nella sua terra calma. Siamo stati tutto il giorno in giro abbracciati, per i parchi, ovunque ed è lì che ci mettemmo insieme. Quella semplicità forse mi faceva meno paura delle poche parole sospese con Giovanni, e delle emozioni forti che con lui provavo. Lino mi fece fermare e sentire un po’ a casa, ma appena ripresero le lezioni tornai in Statale in università a cercare Giovanni, anche se Giovanni ormai non c’era più.

Passò un po’ di tempo prima che lo rividi, forse un mesetto, e quando ci rincontrammo fu molto freddo, diverso, non mi chiese più di uscire, né null’altro e quel non detto prima magico, scivolò invece in un silenzio condiviso, e lentamente ci perdemmo di vista. Lui smise di vendere lì, la polizia aveva fatto sgombrare tutte le bancarelle e l’università prese così contorni più ordinati e anche ora quei colori di musica e strada non ci sono più.

Col tempo, non mi ricordai più di com’era prima.
Non volli piu’ ricordarlo.

 
Tre anni dopo era finita la storia con Lino, erano finite tante cose, ed io fiera ed infelice della mia libertà acquisita e conquistata e me ne stavo accucciata in un locale di Milano, con gli occhi già intrisi e macchiati di un’altra storia ai suoi timidi albori che si muoveva tra guerriglia e gelosia con il piccolo Attilio dagli occhi verdi guizzanti e mobili, e quella sera, tutta la tristezza del mondo si abbatteva sul mio volto. Iniziava fuori il primo vento della primavera , mi ricordo quella luce così appena percettibile del finire di febbraio, quando marzo si affaccia e tu lo vorresti abbracciare. Io mi sentivo così, le mie piccole ali ripiegate sul divanetto, la gente intorno, il fumo denso che quasi lo potevi stringere con la mano ed io che vacillavo alla ricerca del senso, del mio senso. Non mi piaceva molto quello che vedevo intorno a me, ma non mi piaceva molto nemmeno quello che avevo avuto, ed ero stanca di sentirmi così inquieta ed anche così rassegnata. Stavo andando a casa quando mi fermò una ragazza, nemmeno ora a pensarci ricordo il suo volto, mi chiese se l’accompagnavo in un altro posto lì vicino perché da sola non ci voleva andare. Era ubriaca, e con uno sguardo triste, “E’ infelice, è più infelice di me”, mi ricordo di aver pensato, e quindi l’accompagnai.
C’era molta gente fuori su quel marciapiede, lei si avvicinò barcollando a qualcuno, ed io a quel punto me ne stavo già andando finalmente a casa, quando guardando meglio, vidi una sagoma conosciuta, esile, seduto sulla sua vespa azzurra, c’era lui: Giovanni.
Quella notte fu la primavera.

Quella del vento che ti coglie come turbine, del sapore nuovo e leggero dei germogli. Noi siamo nati come germogli in quelle strade vuote a contare le labbra e i baci, abbracciati come due piccoli pulcini, ed eravamo sempre stati lì, non ce n’eravamo mai andati, non giungevamo da nessuna parte e non dovevamo andare in nessun luogo.
Verso l’alba lui mi salutò sotto il mio portone, dicendomi “ci vediamo domani” ed io ho salito le scale credendo di volare via.
Il giorno dopo lo raggiunsi al parco Sempione, affollato già di sole e canti, lui era vicino al ponticello delle sirene, con il suo piccolo banchetto colorato e il suo sorriso di cielo, mi regalò subito un piccolo ciondolo da tenere al collo, poi una pietra turchese, e siamo stati lì fino al tramonto nella nostra piccola culla fatta di prato e fiori.

 

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Giovanni aveva una casetta antica a Lerici, alle Cinque Terre, così partivamo spesso col treno e andavamo nella sua piccola casa immersa nel frutteto. C’era una cantina laboratorio, in cui lui lavorava l’argilla, vecchi tavoli in legno ricoperti di tanti piccoli animaletti fatti da lui, tartarughine, cavallucci, unicorni, uno zoo di vetro però terreno e di carne, come era lui, che dietro il suo aspetto lieve ed etereo nascondeva il fuoco, la potenza, e la passione. Mi portava a camminare in sentieri irti e sconosciuti per raggiungere spiagge isolate, non dormiva mai, la mattina si alzava presto e la sua energia instancabile mi trascinava come un tornado.
Accecata e travolta dal suo entusiasmo folle, non avevo dato molto peso al fatto che negli anni in cui ci eravamo persi di vista lui aveva fatto una figlia, Bianca, che aveva due anni e mezzo, che ogni tanto vedeva, anche se stava con la mamma. “Siamo molto diversi”, mi diceva lui, “ abbiamo preso strade diverse fin da subito, quasi prima nascesse Bianca.” Io gli credevo, quale motivo avrei avuto per non credergli?

Giovanni era uno diretto, straripava di pianeti in Sagittario, energico e sempre solare gli leggevo nella faccia gioia, dolore, e qualsiasi altro sentimento, e questo mi piaceva, perché abituata com’ero io a trattenere invece dentro tutte le perturbazioni del mio animo, e scegliere ogni volta quali far passare agli altri, nella sua schiettezza mi riposavo, e lentamente cominciavo a credere che il mondo fosse per certi istanti, un posto bello dove stare.
Fu così che tanti mesi dopo in un giorno qualunque, quando giacevo riposata e fiduciosa nei suoi occhi e nel nostro divenire, un fulmine squarciò il mio cielo – un fulmine di cui nemmeno da lontano avevo avvertito l’ombra, e che con la forza e il bagliore del suo essere inaspettato andò a frantumare, in un secondo, o forse meno, il mio cuore di cristallo, così a fondo lucidato, e tenuto al riparo, ma forse mai abbastanza. Il treno era quello del ritorno dal mare, avevamo appena superato Sestri Levante e c’erano ancora tante gallerie, nel nostro scompartimento la luce delle lampadine era rotta, ed ogni volta ad ogni galleria, calava il buio con il frastuono della ferraglia sulle rotaie. Fu in uno di quei momenti bui, che scorsi nel suo viso un’ombra ancora più netta che aderiva perfettamente al suo volto e ai suoi occhi che non mi guardavano, e come quelli di Neil, il mio primo amore nella pineta, improvvisamente in una realtà altra, così sentii quelli di Giovanni. Altrove.

Avevo il difetto di percepire da sempre, la lontananza, quando c’era le sentivo, prima ancora che qualcuno me la dicesse, prima ancora che le parole potessero spiegarla. Perché la lontananza non va spiegata. Accade e basta, e in un attimo non si è più in due , ma si è da soli.

Cosa rimane da spiegare?

Le parole servono da lenitivo, o da oppio ingannatore, le parole coprono e basta, e le parole in quei casi non mi sono mai interessate. Quello che seguì infatti non fu un dialogo, ma solo la conferma di ciò che ormai avevo avvertito, della morte di tutto che nessuno e niente ormai poteva fermare.
“Sta tornando lei,” furono le sue parole inutili anche se sincere,
“Mi ama ancora, ed io non so cosa fare, io non so…  c’è anche Bianca , la bambina forse ha bisogno di un padre, non so..….”.
Non ricordo altro, so solo che era calata la notte un’altra volta su di me con le tenebre del mio sentire, e fuori dal finestrino del treno la vita continuava a scorrere come nulla fosse cambiato.
Qualche tempo dopo, proprio nei giorni della primavera del mio compleanno, Giovanni non ci fu più ed io ricominciai a vedere Attilio dagli occhi verdi e nervosi, con cui mi ersi ancora di più a battagliera razionale, perché il mio cuore, forse, era rimasto impigliato in una bottiglia nella sua piccola stanzina dell’argilla, nella casa al mare alle Cinque Terre, in cui Giovanni andò a vivere, solo qualche mese dopo, con la sua futura moglie, e la figlia, Bianca.

 

Il karma è strano, o forse solo molto semplice quando si guarda le cose a posteriori, anni dopo incontrai ancora Giovanni, mi cercò lui e aveva lo stesso sguardo di sempre. Scoprii che nel frattempo aveva fatto un’altra figlia, mi disse che per tanto tempo si era chiesto in quel bivio cosa fare della sua vita, se lasciarmi andare o fare famiglia. Mi disse che mi vedeva libera come nemmeno io sapevo di essere, giovane e con tanti sogni da realizzare, e che era giusto che lui se ne andasse da me. Mi disse che quell’inverno in cui io mi misi insieme a Lino, all’università glielo erano venuti a dire subito, “perché ci piacevamo, era chiaro”, disse, “lo sapevano tutti.. .solo tu non lo sapevi bene….”  Quando seppe che mi ero fidanzata, poco dopo si rimise con la ragazza che frequentava da ragazzino, e lei per caso rimase incinta, incinta di Bianca. Certo.. questo è il racconto suo.. e in mezzo ci sono tante altri pezzi verità e visioni. Ma mi piace ricordarlo così, con i suoi occhi sognanti che ti racconta tante storie, alcune vere, alcune no, ma lui pare crederci forte e intenso come un fanciullo.

Quando Giovanni ancora mi venne a cercare una seconda volta, avevo quasi trentacinque anni, era separato, viveva a Lerici, aveva lasciato Milano e mi chiese se volessimo ricominciare ora, da grandi, perché io gli piacevo come allora…..  Non ebbi il coraggio come forse non ne avevo avuto allora cercando un amore più sicuro. Ci baciammo  a lungo quella notte sull’antico ponte dei Navigli, d’inverno, con le mani fredde e lui aveva lo stesso odore di quando lo avevo conosciuto, di tabacco, argilla, hashish e spezie.

Poi, non lo vidi mai più.

 

Anna Elisa Albanese

 

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